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Voci fuori (dal) campo | La storia dell’ASLA Genova Gestart Campione d’Inverno

Nella giornata che apre il girone di ritorno del Campionato del Lavoratore Categoria 1 siamo tornati ad intervistare una delle formazioni che compongono l’organico del torneo. Si tratta della formazione Campione d’Inverno, ossia l’ASLA Genova Gestart, raccontata dal suo allenatore Alessandro Scarcella.

Com’è andato questo girone d’andata?

Bene. Come ogni anno cerchiamo di attrezzarci per essere competitivi, ma è sempre un’incognita. Da un anno all’altro è sempre difficile. Abbiamo perso una concorrente come il Campomorone e ci dispiace, ma non sai mai chi vai ad affrontare. Non c’è mai una partita semplice, c’è sempre da dare il 100% in ogni partita”.

Qual è il livello del campionato?

Ormai è un campionato di livello FIGC, probabilmente una seconda categoria con alcune squadre che potrebbero giocare anche in prima categoria. La differenza sono i tempi e gli allenamenti, ma tecnicamente il livello è simile. Sono campionati pieni di ragazzi, l’età media si è abbassata tantissimo. Se ne rendono conto anche giocatori che fino ad anni prima giocavano in FIGC. L’organizzazione è bella, la terna arbitrale e l’organizzazione di UISP sono migliori di tante altre situazioni. Il livello continua a salire, se vuoi competere devi andare al passo. Devi avere equilibrio, non puoi stravolgere una squadra: è come camminare su una corda”.

Qual è la storia dell’Asla?

La società ha 33 anni di storia. Abbiamo iniziato qualche anno a sette, poi a undici. Era iniziato come un gruppo di amici, poi di anno in anno è cresciuto. Era nato per stare insieme, così come oggi che quando finiamo di giocare andiamo a mangiare la pizza e ci frequentiamo extra-campo. Chi entra viene accolto con questo modo di essere, quindi vai al campo con il sorriso. Le cose si costruiscono piano piano. Noi non siamo sempre stati una squadra vincente, inizialmente festeggiavamo l’ingresso nei playoff. I giocatori di quegli anni sono i dirigenti, quindi dobbiamo trasmettere questa umiltà nonostante ormai abbiamo una natura differente. Bisogna andare in campo con il sorriso, questo è un gioco. Ogni tanto vedo arrivare la gente con le facce tese per una partita importante, devi lavorare sulla testa. Rischi di farti condizionare, ma non va mai perso lo spirito”.

Quali obiettivi vi siete posti per questa stagione?

Noi puntiamo sempre al massimo. Mi rendo conto che ci sono altre squadre attrezzate. Bisogna andare step by step e avere continuità, questo ti fa vincere i campionati. Noi cerchiamo di giocare per prendere il massimo, è ovvio che sia così. Io voglio vincere sempre, anche nelle amichevoli e nelle partitelle. Se ti alleni con voglia di vincere, te lo porti anche in partita. Io sono un po’ bastone e carota: un papà per i più piccoli e un amico per i più grandi. Sempre con rispetto. Come allenatore devo farmi seguire, altrimenti non avrebbe senso fare questo ruolo”.

Come svolgi il tuo ruolo di allenatore?

Devi tirare fuori il massimo da ogni giocatore, devi entrare nella loro testa in modo differente. I nuovi prendono spazio poco alla volta, devo capirli a livello umano. Nel passato ho perso giocatori forti perché di prime donne non ne voglio, rischiano di rovinare lo spogliatoio: il singolo ti fa vincere la singola partita ma non il campionato. Ogni anno da allenatore prendi esperienza. Se vuoi fare dei campionati per partecipare devono giocare tutti, se vuoi farlo per vincere devi cercare di far giocare tutti ma senza importi di fare i cambi per accontentare qualcuno. Bisogna essere chiari fin da subito, ci sarà chi gioca di più e chi gioca di meno. Anche in passato giocatori che sono andati via in passato mi hanno richiamato dicendomi che era meglio giocare meno in uno spogliatoio dove le cose funzionavano bene. Ma fa parte di un percorso che in passato anche noi abbiamo fatto, quando perdevamo tre o quattro partite di fila era una casino. Penso sia meglio fare le cose per bene, poi noi siamo organizzati e abbiamo sponsor. Ci hanno sempre considerato ‘i professionisti tra i dilettanti’. Abbiamo i social attivi, riprendiamo gli allenamenti, siamo stati i primi a portare la preparazione estiva”.

Come cresciamo noi – prosegue – cresce anche la UISP. Adesso è qualche anno che siamo qui, sono due anni che facciamo le finali nazionali. Tutto è molto bello. Quando siamo andati a rappresentare la UISP Liguria siamo andati tutti vestiti allo stesso modo, vediamo il calcio in un modo serio. Ovviamente la prima cosa è sempre divertirsi e avere sempre il sorriso sul viso. Abbiamo una media di 21-22 giocatori ad allenamento, le persone vengono al campo perché c’è un bel clima. Ci fermiamo dopo l’allenamento a mangiare la pizza tutti insieme. Se i ragazzi arrivano al campo e tutto funziona, è più facile che le cose vadano bene. Noi la sera ci vediamo un ora e un quarto prima della partita. Sono tutte cose che magari non ti fanno vincere la partita, ma nel corso del campionato ti aiutano. L’obiettivo è quello di ottimizzare tutto, poi c’è il campo. Non bastano solo le forze in campo, il calcio è bello per questo”.

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